Lorenzo Madaro
L’età dell’oro di Federico Gori. Tracce per una mostra
Il progetto L’età dell’oro che Federico Gori ha concepito, passo dopo passo, negli spazi (e a stretto contatto con la sua collezione) del Museo nazionale archeologico di Taranto è stato, anzitutto, un processo di responsabilità, che ben esplicita l’etica metodologica che è alla base di tutto il suo lavoro, proiettato verso un reale e profondo dialogo con i contesti in cui di volta in volta agisce e con cui quindi entra in rapporto.
Il progetto vero e proprio è stato preceduto da lunghe peregrinazioni nel museo, da uno studio approfondito delle sue collezioni con l’ausilio della direzione del museo e del suo staff, e di pregnanti riflessioni nel suo studio, in Toscana, attorno ai materiali e alle visioni accumulate durante i vari sopralluoghi nello spazio museale.
Lavora sulla trasformazione dei materiali in uno specifico tempo, più o meno dilatato, Federico Gori. Osserva differenti habitat, anche quelli preistorici e scomparsi, oggi rintracciabili grazie agli studi degli archeologi, e li ricompone idealmente formalizzando soprattutto bassorilievi, incisioni su rame, sculture di terra, mediandole con processi di lavorazione che di volta in volta transitano in differenti ambiti, da quello della bidimensionalità all’installazione di grande formato, come fu per l’enorme opera installata nel 2013 a Palazzo Strozzi a Firenze per la personale Di Fragilità e potenza.
È stato questo uno dei momenti più intensi del suo impegno espositivo, così come due anni dopo con la personale a Palazzo Fabroni di Pistoia e naturalmente con L’età dell’oro.
Il suo è un lavoro totalmente (e volutamente) disconnesso da una specifica collocazione cronologica orientata verso il presente, usa materiali che appartengono alla storia dell’uomo, la terra, il rame, elementi primigeni in grado di sviluppare forme di comunicazione radicali nel loro essere volutamente essenziali. Rimettendo in circolo materiali e processi metamorfici che appartengono intimamente alla vita della natura e alla sua costante rinascita, Gori nel contesto dell’arte attuale riesce a tracciare una sua connessione tra contesti apparentemente distanti, abbattendo le cronologie, affiancando complessità di radice antropologica risolvendole senza retorica, spaziando tra tecniche e materiali che appartengono al lessico dell’archeologia, che però Gori risolve senza quel peso specifico di un’arte documentativa. In un momento in cui nella dimensione espositiva il rapporto tra l’antico e il contemporaneo è al centro delle riflessioni curatoriali del presente, la mostra personale L’età dell’oro concepito da Gori per il Museo nazionale archeologico MArTA di Taranto è un risultato assolutamente pregnante, perché è in grado di rivelare un percorso di conoscenza, anzi un vero e proprio itinerario tra i materiali e le forme care alla sua indagine e i reperti custoditi in uno dei musei più importanti del Mediterraneo. Federico Gori ha, anzitutto, posto una regola: nessuna invasione, nessuna gara tra il presente del suo lessico e le forme assolute dell’antico, difatti è egli stesso a sostenere: «Solitamente non voglio essere influenzato dal contesto in cui espongo, è importante per me pormi come una tabula rasa. Questa è una mostra pensata comunque per questo museo, ma deve vivere di vita propria». Il progetto non è, difatti, un agonistico percorso di territori linguistici lontani millenni, ma una forma pacifica di dialogo, in cui le opere del contemporaneo si muovono con rispetto tra vasellame antico, mosaici, sculture. Al centro di questo intimo itinerario di conoscenza c’è infatti il tempo, che si declina con diverse temperature concettuali e visive. Anzitutto il tempo della storia delle civiltà che sono al centro della collezione museale. E poi, naturalmente, quelle delle opere, appartenenti a differenti cicli, installate dall’artista. «È quindi presente un tempo interno sia nelle opere, sia nei materiali che le compongono, che per me è essenziale» – racconta ancora Gori. Tempo che consuma e costruisce, che concepisce nuove geografie visive e spaziali, le opere d’arte sono organismi viventi, hanno una loro specifica pregnanza, si muovono nello spazio cambiando pelle, trasformando il proprio stesso organismo in un corpo dinamico. Federico Gori conferma la maturità di un lavoro che in questo momento storico si distingue per tipologia e pratica, pur vivendo anche di intime connessioni con la storia dell’arte, anche quella italiana degli anni Sessanta e Settanta.
Pubblicato in: Federico Gori, The Golden Age – a cura di Eva Degl’Innocenti, Lorenzo Madaro - ed. Magonza, Arezzo 2024.
Lorenzo Madaro
Federico Gori's "The Golden Age: Traces for an Exhibition
The project L’età dell’oro (The Golden Age), which Federico Gori conceived step by step within the spaces (and in close contact with the collection) of the National Archaeological Museum of Taranto, was, above all, a process of responsibility. This clearly explicates the methodological ethics that underpin all his work, aimed at fostering a real and profound dialogue with the contexts in which he operates and with which he thus establishes a relationship.
The actual project was preceded by long wanderings in the museum, an in-depth study of its collections with the assistance of the museum's management and staff, and significant reflections in his studio in Tuscany on the materials and visions accumulated during the various site visits to the museum space.
Federico Gori works on the transformation of materials over a specific period of time, more or less extended. He observes different habitats, including prehistoric and extinct ones, now traceable thanks to the studies of archaeologists, and ideally recomposes them by formalizing primarily bas-reliefs, copper engravings, and earth sculptures. He mediates these through working processes that transition across different domains, from two-dimensionality to large-format installations, as was the case with the enormous work installed in 2013 at Palazzo Strozzi in Florence for the solo show Di fragilità e potenza.
This was one of the most intense moments of his exhibition work, just as it was two years later with the solo exhibition at Palazzo Fabroni in Pistoia and, of course, with L’età dell’oro.
His work is entirely (and deliberately) disconnected from a specific chronological placement oriented towards the present. He uses materials that belong to the history of humanity—earth, copper, primordial elements capable of developing radical forms of communication through their intentionally essential nature. By bringing materials and metamorphic processes that are intimately tied to the life of nature and its constant rebirth back into circulation, Gori, within the context of contemporary art, manages to establish his own connection between seemingly distant contexts. He breaks down chronologies, juxtaposes complexities of anthropological origin, and resolves them without rhetoric, ranging between techniques and materials that belong to the lexicon of archaeology, yet Gori handles them without the specific weight of a documentary art. At a time when the relationship between the ancient and the contemporary is central to current curatorial reflections in the exhibition dimension, the solo exhibition L’età dell’oro conceived by Gori for the National Archaeological Museum MArTA in Taranto is an absolutely significant result. It reveals a path of knowledge, indeed a true itinerary between the materials and forms dear to his investigation and the artifacts housed in one of the most important museums of the Mediterranean. Federico Gori has, first and foremost, set a rule: no invasion, no competition between the present of his lexicon and the absolute forms of the ancient. Indeed, he himself asserts: "I usually don't want to be influenced by the context in which I exhibit; it is important for me to approach it as a blank slate. This is an exhibition conceived specifically for this museum, but it must live a life of its own." The project is not, in fact, a competitive journey through linguistic territories separated by millennia, but a peaceful form of dialogue in which contemporary works move respectfully among ancient pottery, mosaics, and sculptures. At the center of this intimate journey of knowledge is, indeed, time, which unfolds with various conceptual and visual nuances. First of all, the time of the history of the civilizations that are at the center of the museum collection. And then, naturally, that of the artworks, belonging to different cycles, installed by the artist. 'There is thus an internal time present both in the artworks and in the materials that compose them, which for me is essential,' Gori continues to explain. Time that consumes and constructs, that conceives new visual and spatial geographies, artworks are living organisms, they have their own specific significance, they move through space changing their skin, transforming their very own organism into a dynamic body. Federico Gori confirms the maturity of a work that at this historical moment stands out for its type and practice, while also living off intimate connections with the history of art, including that of Italy in the 1960s and 1970s.
Published in: Federico Gori, The Golden Age - Curated by Eva Degl’Innocenti, Lorenzo Madaro - ed. Magonza, Arezzo 2024.