Giovanna Uzzani
È il dicembre del 1989
E’ il dicembre del 1989. Federico è ancora un adolescente quando nelle sale cinematografiche italiane esce il film strenna intitolato all’epico paladino di Gotham City, Batman, nell’ennesima pellicola di consumo ma con un cast d’eccezione: un satanico Jack Nicholson veste i panni sgargianti di Joker e combatte contro un laconico siderale Michael Keaton in bianco e nero, ovvero Batman, affiancato dalla seducente Vicki, alias Kim Basinger. “Io sono un artista, non sono un killer!” grida Joker lanciando la sua sfida. La forza provocatoria del colore, del grottesco, del caricaturale – Joker – si oppone metaforicamente all’eroe tecnologico – Batman -, che interpreta la realtà come sistema complesso di leggi matematiche, algidi assiomi, elettronica, aerodinamica, gravitazione, onde magnetiche. Si ingaggia una battaglia che, essendo estetica, viene combattuta a mirabolanti colpi di scena. Così la scorribanda di Joker e i suoi nel Flugelheim Museum – un po’ Guggenheim e un po’ D’Orsai – sulle note straripanti di Prince: con sberleffo teppista, la banda di indomiti risolve l’azione con intuizione, delirante anarchismo, virtuosismo pubblicistico, che esplodono nella loro grandiosa bellezza.
Si consuma emblematicamente la fine del decennio, mentre in accelerata evoluzione nuovi scenari si affacciano dopo il bagno di citazionismo e ipermanierismo, già ispirati dal dilagante culto del revival, del vorticoso mixaggio, dell’ibridazione di immagini antiche e nuove. La passata dialettica tra ridondanza del figurativo ed elegante forbitezza neominimale pare improvvisamente invecchiata: due facce della stessa medaglia, un tempo simmetricamente appostate sulla scena dell’arte, ora private del loro smalto. Per la generazione di Federico quei ricordi oggi assumono forse i contorni fuori fuoco di una atmosfera o i connotati stereotipati che attribuiamo solitamente all’arte giovane italiana di quel momento: edonismo, leggerezza, mercato, glamour, effervescenza, indifferenza, pragmatismo, felicità, facilità, status symbol. Da qui nasce la generazione degli artisti dell’ultimo decennio del secolo, mentre sembrano affacciarsi nuovi motori di ricerca: impegno sociale, autocoscienza, attenzione al sé psicologico, lavoro sulla percezione del corpo, progettualità del lavoro, spiritualismi vari. Caratteristiche, queste, degli anni a venire, su uno scenario mondiale progressivamente inquietante, critico, destabilizzato e globalizzato. Ecco che la lussuria del colore e l’ascesi della forma nella sua purezza, il piacere dell’icona e il fascino dell’astrazione, linguaggi più o meno ‘alti’, si combinano, intrecciano, risolvono in inedito melting-pot.
La biografia di Federico manifesta un iniziale interesse per l’immagine, ma soprattutto per il “segno”, nella diffidenza crescente verso la facilità e l’estroversione; per un verso egli si sente attratto dalla versione intuitiva di certa libertà informale, dall’altra c’è il rigore, il segno, pura grafia, traccia essenziale. Progressivamente Federico è attratto dalle possibilità di “autocritica”, di “riduzione”, alla ricerca della struttura dell’assenza, la sola capace di costruire le immagini e rientrare nel “tempo della forma”. Ciò che conta e restituisce nuovo valore alla pittura è il richiamo a quello che Merleau-Ponty definisce senso, ossia necessaria illusione: il tutto nella consapevolezza del consumato esilio della bellezza e nell’attrazione irresistibile verso una tenace purezza. Dopo la prima personale alla milanese Galleria San Fedele, dopo il premio Casorati, vinto a Torino nel ’99 e l’invito a MIFAV di Roma, nel 2002 Federico viene segnalato e invitato a Gemine Musae. Young artist in European Museums la manifestazione che il Ministero per i Beni e le Attività culturali sostiene per favorire la conoscenza e gli scambi tra giovani artisti, ospitati nei maggiori musei di arte antica in Europa.
La sua è una pittura cool, evocativa: l’utilizzo del medium fotografico o mediale, poi rielaborato con estenuata sensibilità, dà vita a una espressione densa di elegante malinconia. Il piacere dell’analisi si coniuga con l’interesse per il linguaggio, recuperando la pittura come medium pregnante, capace di rinnovarsi ed esprimere. Fra i temi ricorrenti: il paesaggio, inteso come spazio fisico ma anche come spazio del corpo o, variamente, come luogo mentale, pura metafora dell’esistenza: l’acqua, le fronde e i tronchi degli alberi, le nuvole appaiono come scenografie della nostra esistenza interiorizzata. Figurativo e astratto anche nella ricerca di Federico si inseguono, integrando il fascino obliquo dell’astrazione alla necessità costruttive dell’immagine. Ne nasce una sintesi di ordine e immaginazione, fuori dalle regole del consumo, pescando a piene mani dalle molteplici esperienze della comunicazione diffusa dal cinema, dalla fotografia, dalla letteratura, dalla musica contemporanea.
Qui si innesta l’esperienza di azzeramento e di nuovo inizio che Federico sperimenta a partire dal 2003, quando viene selezionato tra i quattro borsisti annuali che la Fondazione “Il Giardino di Daniel Spoerri. Hic terminus Haeret” ospita negli straordinari spazi di Seggiano per tre mesi, realizzando un laboratorio artistico che vede biografie, idee, generazioni a confronto. “Quella per me è stata, e lo sarà forse per sempre, come l’ESPERIENZA”, testimonia Federico, ricordando i momenti di entusiasmo, divertimento, scoperte, ma anche di paura e sconforto che hanno ritmato quei giorni, proiettando i giovani protagonisti fuori dalle quotidiane congiunture della vita. Insieme a lui sono presenti come borsisti Gerardo Paoletti, Manuela Menici e la tedesca Susanne Neumann.
Federico colloca nel bosco sei pareti di plexiglass sulle quali è intervenuto con segni pittorici convulsi, accelerati, segni archetipi, cifre di un misterioso alfabeto rupestre: la suggestione che prevale è quella di gigantesche quinte di un oscillante palcoscenico ambientale, che filtrano l’immagine degli alberi circostanti, intrecciano le loro trame a quelle arboree, condizionano il percorso, sintetizzano i piani visivi. L’allusione dell’artista si concentra sul tema del viatico, del percorso iniziatico, così come sulla dialettica e sulle possibili contaminazioni tra natura e artificio. Si intrecciano, in matura sintesi, i riferimenti alla scena contemporanea, ma anche al passato e al passato prossimo; interviene quindi il piacere della leggerezza e dell’ironia. Si arriva così alla introduzione di altri linguaggi, altri percorsi da esperire, l’environment, il design, l’happening, la performance, il teatro, la musica, il video.
Arriva così il momento delle nuove esperienze, tra 2005 e 2006, e della produzione dei video di Federico. Esce il video Zerkalo, così vicino alle pitture, nella scenografia vibrante dello specchio lacustre, nel lieve ritmico incresparsi dell’acqua al vento; mobile texture su cui si stagliano le silhouette degli alberi neri in primo piano, disegnando trame ossute. Su questa inquadratura intervengono fulminee inquietanti irruzioni di segni blu elettrico; segni, cifre di alfabeti ancestrali, virus, batteri, animaletti digitali, reticoli che invadono progressivamente lo spazio, fino al corto circuito, allo stallo totale dell’immagine, in una sorta di cupa premonizione. Poi Woman in love, dove la dolce figura biancovestita trascorre dalla mimica di una edulcorata elegia al parossistico tragicoridicolo gestire sincopato e assurdo del coito, fino al collasso definitivo dell’immagine allagata dal cuore di sangue rosso acido che esplode e si impossessa del quadro immagine. E’ il tempo del progetto di contaminazioni teatrali “Luci da follia” e del primo lavoro curato da Gerardo Paoletti insieme a Federico, con la messa in scena di L’arte della guerra del maestro Sun Tsu: l’opera, presentata in anteprima presso lo studio di Federico e Gerardo a Quarrata, poi alla Limonaia di Sesto Fiorentino, si articola con istallazioni e materiale scenico dei due artisti che realizzano arredi dalle forme geometriche e dalle tinte fosforiche, un po’ “radical architecture” un po’ graffitiste. Luce e ombra, quadri netti e crudi, volti intagliati dalla luce radente, la messa in scena procede sulla barbarica sequenza ritmica dei gesti, dei rumori, delle voci sincopate, della colonna sonora dei Plastic Violence, mentre la farsa della guerra diviene metafora della vita stessa.
A questo punto se uno chiede a Federico che senso può ancora avere dipingere, la risposta viene dietro lapidaria : “Lo stesso significato che può avere fare video o installazioni”.
Quel “segno” che era apparso all’inizio della ricerca di Federico e che rimane anche adesso il punto di riferimento rimanda all’informale segnica, a certo nuclearismo, alla purezza e al mistero di Twombly, nodo di emozioni e di abbandoni, tracciati elementari, graffiti rupestri, ma su supporti industriali, plexiglass o vetro su cui il colore si è lasciato andare, superfici emulsionate dove l’immagine fotografica diviene sfondo, abitato da insorgenti calligrafie in primo piano. Partendo da una immagine legata al ricordo, una fotografia di un bosco o di uno specchio d’acqua, Federico lavora e interviene con i suoi segni, alla ricerca di effetti di pathos estetico. Esiti paralleli egli rintraccia in certe ricerche giovanili, in particolare pensando agli scenari della musica islandese contemporanea, a certi brani di Bjork, dei Mum, ma soprattutto dei Sigur Ros, particolarmente amati da Federico. “La loro è una musica evocativa di spazi ed ambienti fantastici e visionari popolati da piccoli e strani esseri, gli stessi che invadono i miei lavori, le stesse atmosfere che tento di portare nelle mie opere”. Ecco dunque una miscela di beat elettronici minimali e risonanze acustiche in partiture strumentali che uniscono fascinazioni psichedeliche a chitarra, basso, piano, archi, fisarmonica. Tutto si amalgama con naturalezza, grazie a melodie di raffinata dolcezza e potere evocativo, capaci di dipingere atmosfere rarefatte, di risvegliare sensazioni, evocare paesaggi attraverso suggestioni sonore. “Ciò che più mi interessa riguarda il modo con cui quei musicisti si confrontano con l’atto creativo, con i continui richiami alla natura”. Ci sono altri “atti creativi” che intervengono nell’immaginario di Federico, come quelli di due maestri tedeschi Anselm Kiefer e Gerhard Richter, interpreti della pittura che sublima, artisti che ormai da vari decenni hanno teso a fare del linguaggio pittorico il tema stesso della loro ricognizione. Forse Richter in particolare, sia per il ricorso alla tecnica fotorealista - quadri come imitazioni di fotografie sbiadite, vedute di città, paesaggi – che per le sterminate tele astratte: pittura realista e pittura astratta, semplicemente due differenti modi di apparire della pittura. Tra i punti di riferimento preferiti è poi William Kentridge, l’artista, filmaker, regista sudafricano, mago, cantastorie meraviglioso e surreale, autore di immagini di tono alto, suggestivo, le cui opere giravano e si vedevano a Milano già a fine anni novanta, con la serie intitolata alla “generazione delle immagini” o a Rivoli nel 2004 o di nuovo a Milano nella serie che Gemma De Angelis e Sergio Risaliti hanno recentemente dedicato agli artisti contemporanei emergenti nello Spazio Oberdan.
le pitture di Federico si sciolgono alla temperatura del colore, ne nasce una pittura espansiva, che coinvolge ogni luogo in cui interviene, evitando gli stretti vincoli del formato della tela, ma quasi adattandosi alle situazioni diverse, conquistandole.
Bello chiudere con quell’epilogo criptico e insieme augurale con cui Bruno Corà aveva chiuso le sue Riflessioni nel piccolo catalogo di Sonde, dopo la presentazione degli artisti : “Conviene tenere gli occhi aperti”.
Pubblicato in: Apocalisse – A cura di Giovanna Uzzani, Daniele Franchi, Bianca Pinzi - ed. Masso delle Fate, Firenze 2007.