Fabio Migliorati
E se fosse spiritualità?
Quasi panpsichismo, simpatia universale tra le cose; fra ilozoismo e animismo...
Questa, forse, è la posizione di Federico Gori, artista sensibile agli stati filosofici dell’essere, che si concentra in una specie di sophía legata a una forma di perfettibilità umana, la quale nasce direttamente dalla natura per completare l’opera di quella realizzazione armoniosa e ordinata già in atto nell’universo delle cose esistenti. L’umanità, al cospetto di tale prassi dell’esistere, tenta di migliorare la propria realtà con atti di panteismo (ateistico), che si rileva come energia e si rivela come naturalismo. La natura è l’essere supremo a cui tutto si riferisce, perché l’uomo non può definirsi natura umana ma parte di un sistema del transeunte da cui deriva il ciclo di tutto. In questo senso, l’infinito e il finito coincidono; le cose, in fondo, si equivalgono, sebbene non significhi che, se Dio e il Mondo s’identificano nell’unità di un ordine del quale le cose e gli esseri sono i modi, allora si conosca la direzione o l’intensità del motore che ne è responsabile.
Il reale di Gori, così, non è necessariamente infinito, pur offrendosi alla disposizione di una dialettica che ne distribuisce la manifestazione senza fine. Certo, tutto ciò regala la legittimità di un atteggiamento che potrebbe scortare a una giustificazione idealistica del mondo, nondimeno l’arte – come non-disciplina – può esulare dalle caratterizzazioni strette intorno al riscontro del pensiero dominante, per abbandonarsi, in risposta, a fondare una teoria e poi criticarla o confermarla. Ed è questa la tendenza dell’arte del Duemila, la quale, indipendentemente dai dirigismi dell’ontologia contemporanea, si esplicita in un’espressione che può lecitamente addentrarsi in zone di anacronismo, controtendenza o addirittura contraddizione, stabilendo comunque una relazione di mancata corrispondenza con il presente razionale a essa coevo.
Ciò appreso, è vero che l’arte di Federico Gori non giunge a significare, d’altra parte, nemmeno l’esplicitazione di quanto detto, perché la sua abilità linguistica non arriva qui ma parte da qui, nella libertà del considerare o no, tali parallelismi.
L’arte di Gori, allora, come si lega ai movimenti/mutamenti del nostro tempo?
L’arte di Gori, da un’imprescindibile base di natura, potrebbe essere conferma, per esempio, di inclinazioni ecologiste, energie rinnovabili, sviluppo sostenibile?
L’arte di Gori tace. L’arte di Gori non risponde. Perché l’arte è libera, quindi libera (chi la fa e chi la comprende). E Federico Gori rende, questa libertà, luce: una luce filosofica, la luce della pansofia che tutto irradia perché deve; in una necessaria ciclicità opposta all’entropia, al disordine. Il suo ritmo insiste intorno al mistero della nascita, malgrado lo faccia per eterno ritorno (di esseri o di cose, al nulla del tutto). Si concreta nella tecnica per una celebrazione dell’espressività tesa a una storia sconosciuta che, però, è conoscenza, narrando l’origine dell’ordine: dal caos insondabile ma irrinunciabile dell’entropia, fino al ritorno, eternamente. E l’eterno ritorno è quello enunciato dal filosofo tedesco F.W. Nietzsche: un ruolo del tempo nella realtà; dal sogno (libertà come possibilità e destino come volontà), al nichilismo (passiva o attiva insensatezza dell’esistenza). Felicità umana che significa, in Nietzsche, redenzione – per il salvifico auspicio d’un tempo circolare. Ognuno degli istanti che viviamo è condannato a ritornare, per sempre, nell’attimo della presenza (se tutte le cose ricorrono, necessariamente, in eterno). Il senso del tempo che riferisce del caos, in cui l’esistenza consiste, è un sentiero ricurvo al quale ogni cosa perpetuamente tende, infinite volte, senza alcuna norma metafisica che ne determini la linearità, il divenire passato-presente-futuro di momenti dipendenti da altri. Il tempo, ritorno in eterno, stabilisce così la volontà dell’agire vitale, l’impegno della decisione umana: in una caotica realtà d’impulsi, ordinata invano con l’inganno di una cultura della morale. Fisicamente, la misura della forza universale si suppone determinata, ma il tempo nel quale il cosmo l’esercita risulta infinito: una logica cosmica che non consente al tempo di creare alcun immutabile, prestandosi piuttosto alla forza continua della creatività volontaria.
In Gori la fattività delle cose del mondo è evidente; il tasso d’attività di tutto è sempre presente, per vie formali e informali. La sua preoccupazione del fondare, del realizzare, dell’organizzare la materia visiva in uno stadio vitale, quasi animato dall’interno, è palese. Natura vuol dire Natura che si compie nel corso del suo essere e del suo vivere, per l’opera d’arte. Quasi naturalità ideale, in fondo, per una dimensione naturale della natura fondamentale: la vegetazione, che sta alla base del mondo terrestre. Gori fonda una specie di «entità vegetale» che è rappresentata dal bosco, in una colorazione efficace secondo la logica dell’apparizione, della manifestazione, della normalità fattasi fenomeno. La vegetazione è spesso in grigio o in bianco e nero: quasi ad attendere quel cambiamento (spirituale) che l’uomo è qui per apportare – come nel caso dei tentativi di calligrafismo sul paesaggio, di cenno lirico per umanizzare un Soggetto (natura naturans) che così diventa Oggetto (natura naturata). S’indaga la forza della natura; essa è ora ente contaminato, spurio, perché indicativo della dimensione umana che lì giace, cresce e perdura: fascinosa struttura tanto primigenia quanto futuribile. Un’estensione vivente, quindi, da assorbire, da assimilare in quanto rubata all’interezza della realtà vegetale mediante la fotografia, poi sistemata tramite un atto di ricomposta visione. Si compie un gesto dal significato paradossale: fissare la natura e collocarla, ordinarla grazie a un assetto che subisce la razionalità dell’artista, con intento libero ma ancora fatto di «estetica del riconoscibile». Fermare e formare. Per volontà dell’artista si comunica un’evidenza suggestiva irrisolta, che sa investire la natura di peso umano, peso informato, trasferito per immersione, per un effetto incantevole, ipnotico, bello di ricerca e di scoperta.
L’azione intrapresa da Gori muove dal legame con un’immagine che pare sfuggire, che appena si possiede sembra disperdersi e subito divenire altro; è una soluzione grafica in grado di spingere al mistero di luoghi accessibili e, insieme, ignoti – come se un fiato vetusto inondasse la modernità del paesaggio per stregare il nuovo con l’eredità di un tempo.
Evocazione. Intimismo. Verità enigmatica. Questo suggerisce l’artista...
Scorcio, grandangolo, taglio da sotto in su, in trasparenza e in sovrapposizione. Ecco gli strumenti. E come mani scheletriche protese all’ermetismo dell’eternità, i rami degli alberi si dirimono in architetture spontanee che non vogliono sapere dove giungere, dove dirigersi. Sta qui la tentazione di Gori: regalare la direzione di un senso alla natura, dunque alle cose, alla vita; Gori crede in una mistica appartenenza dell’uomo, pur assente, al tutto che questo costituisce. Ciò nell’anonimia di un presente statico, privo di stagioni, perché i boschi non espongono distanze narrative ma teoriche, dedotte dalla materia di una “macchia mediterranea” guidata da titoli slegati dal dovere descrittivo; e tale processo diventa una caratteristica dell’approccio esterno all’opera, fissato nella poetica di slanci emozionali, delicatamente emozionali.
Istinti gestuali si fanno domare, quindi, soffocare volentieri dal controllo rigoroso della forma, grazie a uno stile grafico rivolto all’oriente o quantomeno ammirato da quei silenzi. Sì, c’è una brezza orientaleggiante nel sentire e nel fare di Gori; il suo lavoro è pervaso di bellezza universale, ibrida, incestuosa, però suscita anche una musicalità primitivistica, in un’incerta fase codicologica la cui energia si dona per l’elementare ma raffinata simbolicità di punti imperfetti, non meglio definibili se non per colatura, per goccia. L’artista concepisce il mondo con la libertà di un bambino: e lo copia; lo copia e lo scarabocchia di ciò che ha appena copiato. Ecco allora la natura floreale di Federico Gori, a significare qualcosa di simile a lui e a noi (riferendo la vita, l’essere, l’esistere). La relazione tra i due poli della natura e dell’umanità sarebbe, insomma, regolata da una specie di coincidentia oppositorum, di là del principio di identità e non contraddizione. Elemento naturale, dunque, per manifestare musica, chimica, poesia, evocando sensazioni corrispondenti alla tecnica usata: trascrizione che serve a ripercorrere, o gesto infantile che libera.
L’arte, così, funziona per una strutturazione del mondo attraverso la natura: piante, alberi, filamenti (in traccia da video oppure da smalto e da inchiostro su stampa fotografica, alluminio, plexiglass), per contaminare l’immagine naturale rendendola commento, discorso, soluzione che rinsalda un concetto di natura in cui l’umanità contemporanea può ancora riconoscersi. Né prima né lontano dalla tecnologia, ma oltre. E la cultura dell’integrazione riconosciuta, ammessa, dichiarata, riforma adesso una morale filosofica in qualche maniera «coadiuvante», per assistere all’arte capace di divenire emblema di un trans-ambito, di un ambiente positivo progressivo e aperto. Apertura che significa libertà, libertà della lucentezza; e senza bisogno di finte soluzioni, perché non c’è nulla da risolvere... se la domanda è già una risposta.
Che venga questa luce, allora! Luce che serve la causa più alta: la conoscenza. Perché Gori gioca con il suo potere, un potere eterno (almeno nella speranza scientifica di cinque miliardi di anni ancora, oppure nel conforto religioso di un’allegoria dell’infinito). “Eternal Sunshine” sia, quindi, con la pretesa d’alludere all’arte di Federico Gori in modo indiretto, meditato e mediato bensì suggestivo, seducente e modernamente affabulante. L’opera di Gori si fa scoprire per l’incanto che suscita, nell’esercizio di una riflessione intorno alla mimesi contemporanea, fino all’afflato di un’estetica del piacere che sa donarsi ancora in bellezza. Il concetto di natura guida, infatti, un suggerimento per la considerazione nostalgica delle cose, ma senza il peso drammatico della tragedia per la perdita o lo smarrimento, perché l’artista diventa un alchimista sentimentale in grado d’indurre, nel testo, il riferimento emozionato a una trasformazione dolce del mondo: dal passato al presente, garbatamente, attraverso la parvenza dell’artificialità.
Nel linguaggio di Gori si assapora l’intimità di un approccio visivo quasi sempre distinguibile e ravvisabile nel reale, evocando un’assenza umana sdraiata sul concetto accogliente di natura. Questo mondo è memoria e vicinanza, quiete e sintomo: e, nel suo farsi, pare di comprenderlo per innato slancio, per congenita propensione. Tutto, nel gusto di un’immagine fredda della natura, ma fredda perché severa, mentale: non tanto emozionata quanto emozionale, percepibile con l’intelletto più che con la ragione. Riproduzione, dunque; quella di ambienti vegetali che, remoti ma vivi, pervadono di mistero la dimensione quotidiana dell’essere odierno – stanco di sé, ambiguo, sorretto da un’eleganza spontanea che giunge da lontano, forse perfino dall’alto. E il dubbio avanza allorché, di fronte al lavoro di Gori, si colgano forme serie di profondità: eterno, ciclo, trascendenza; nel sussurro iconico e aniconico di un’espressione ignota e presente, da sempre. È la voce segreta delle cose, più forte nella natura che nel resto; è il canto della vita, perché da quella tutto si propaga. Il messaggio dell’opera è una scelta d’ambivalenza, una spiegazione manichea applicata all’incertezza di ciò che circonda l’artista. Buio e luce: natura benigna, foriera di serenità; natura malevola, avversa, luogo imperfetto dove l’essere umano si smarrisce e subisce il sentimento della sproporzione, della finitudine, della solitudine. E la natura, per Gori, assume l’identità del bosco: dominio dell’artista nell’azione di un confronto con il mondo; confronto che è insieme narrazione ed esperienza, idea e sentimento, lapsus onirico e psicologico. Sorge da qui l’afflato d’intimità scoperto nell’arte, da Gori. Quel bosco è il bosco di un artista, ma anche di chiunque stringa un legame profondo con qualcosa che siede sul simbolo dell’appartenenza e dell’esistenza. La nozione del racconto è anche quella di un camminamento verso la realizzazione, perché il senso del percorso personale diventa presto oggettivazione (nel polittico da costruire e nella serie da compiere). L’opera in parti è simbolo del carattere componibile, perché mettere insieme vuol dire accettare l’insostenibilità dell’essere individuale, singolo, confidando in un’entità complessiva e articolata (sia Tutto o Uno-Tutto / -Trinitario). Mimesi, contaminazione, mimesi. Questo è l’itinerario della realtà oggettivata. È la verità del paradosso. È l’arte.
Tutto vero, a patto che risulti ovvia la considerazione poetica della narrazione di Gori, il quale, in effetti, non pretende mai di comunicare la pienezza di argomentazioni o la compiutezza di posizioni (filosofiche, sociologiche, morali); egli non raffigura alcunché di finalistico: per lui vale il raccontare e non il racconto. La natura narra in quanto è; mai viceversa. A ciò si riferisce l’idioletto dell’autore, nella forma calligrafica che preserva caratteri sempre più realistici e sempre meno decorativi, con gli anni, seppure nella valenza propria di un segno fortemente umanizzato, incisivo, invasivo fino al graffitismo primordiale che sfocia nel tatuaggio naturalistico. Gori usa i boschi. Gori li usa perché sono i suoi, come uomo e come autore. Tutto qui, fino alla coscienza di questo; alla consapevolezza che forma l’identità: da retaggio a viatico.
La natura si fa assimilare alludendo alla configurazione dell’esistenza umana che l’artista interpreta: Gori penetra la condizione naturale; la contagia e la patisce poiché ne fa parte, nonostante quella sia senza di lui, senza condurlo nel proprio continuo morire e rinascere. Federico Gori guarda alla natura e giunge a sentirsi natura: leggero, dalla soglia dell’umanità verso ciò che c’era prima e che ci sarà dopo di lui. Qui vive Federico Gori; Federico Gori autore che nutre di vero il proprio bisogno di cimentarsi nel viaggio dell’interiorità, senza sostare nella costanza e nella fedeltà del presente; Federico Gori che rifiuta le derive citazioniste di un’attualità da non tradire, mentre mira, invece, a quel processo d’identificazione legato a un mondo del divenire.
Questo, lui lo fa per arte. Con attitudine sentimentale, porta avanti tale pratica come raffronto con l’aspetto più complesso della realtà: il tempo, l’occorrenza della sua ciclicità. Il bosco incarna il simbolo di un organismo che comunica dal profondo del reale, intanto che l’uomo nasce e muore, vivendo nell’espressione di quell’eternità con cui il tempo gli si dona. Le fronde delle piante compaiono e scompaiono, attraverso il bianco e il nero o la loro somma, a stabilire una funzione perpetua di quella profondità. Lo spazio dell’opera è il reale in cui tutti siamo azione e materia: nella trasparenza e nella sovrapposizione, oppure nel colore grigio.
Ecco dove respira la verità: dietro qualcosa che lascia intuire, o in mezzo al limite di due estremità. Ecco come si riconosce la vita: in un solo corpo, del bosco e dell’uomo. E con un solo nome, che per Federico Gori è... spiritualità.
Pubblicato in: Federico Gori, Eternal Sunshine – a cura di Fabio Migliorati - ed. Bandecchi e Vivaldi, Pontedera 2010.