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Intervista di Annalisa Ferraro a Federico Gori

DEVENĪRE

 

Devenīre è il titolo della tua ultima mostra personale, inaugurata il 5 ottobre 2024 negli spazi di Habitat Ottantatré. Prima di entrare nel dettaglio, però, partiamo dal raccontare chi è Federico Gori: parole chiave e passaggi fondamentali del tuo lavoro.

 

AF

La prima parola chiave è sicuramente ‘natura’. Da dove nasce il tuo interesse per questo tema e come lo interpreti? Quanto ti interessa testimoniare i processi dal punto di vista biologico e naturalistico? Quanto, invece, ti interessa reinterpretarli, anche perdendo il legame con la verità scientifica?

 

FG

Ciò che più mi interessa della natura è la sua essenza atemporale. Il suo ‘cambiare’ restando sempre uguale a se stessa. I cicli e le stagioni si ripetono sempre uguali, totalmente indifferenti a noi, alle nostre conquiste e ai nostri fallimenti. Questo aspetto mi ha sempre profondamente affascinato. Al contrario, e qui mi riferisco ovviamente soltanto al mio lavoro, non sono molto interessato ai processi naturali da un punto di vista biologico, né tantomeno a partire da una verità scientifica che ne sia la base. Facendo eco alle parole di Werner Herzog, si può certamente dire che sono più interessato a una verità ‘estatica’ piuttosto che a una legata al reale. Utilizzo quindi la natura e i suoi elementi per parlare di qualcos’altro e questo qualcos’altro raramente ha solide basi scientifiche su cui appoggiarsi.

 

AF

La seconda è sicuramente ‘tempo’. Come percepisci e rappresenti questo concetto nelle tue opere? L’evidenza di una materia viva che muta, reagendo allo scorrere del tempo e agli stimoli dell’ambiente circostante, prima fra tutte l’ossidazione del rame, ma anche la deperibilità della pelle di serpente, lasciano intendere che ci sia una profonda connessione tra la tua esplorazione del concetto di ‘tempo’ e la scelta dei materiali e delle tecniche utilizzate, è così?

 

FG

I materiali e le tecniche che utilizzo sono certamente chiavi fondamentali per comprendere il mio lavoro, ma al contempo faccio in modo che rimanga uno spazio vuoto, non definito, in cui l’opera materialmente possa prendere forma. Lavoro utilizzando tecniche che innescano una trasformazione interna ed esterna al materiale. Mutazioni che, prevedibili o meno, donano all’opera una vita propria, raramente chiusa in una forma e in un tempo definiti. Il rame che utilizzo, come giustamente hai già messo in evidenza, è un elemento che di per sé tende a mutare reagendo a ciò che lo circonda. Il mio lavoro ne accentua la trasformazione, facendo sì che diventi nucleo e sostanza dell’opera. Non si può comprendere il tempo nella sua interezza, ma dobbiamo accettare, nostro malgrado, di far parte di un processo i cui cicli sono totalmente distaccati e lontani dalle nostre volontà.

 

AF

La terza è sicuramente ‘uomo’, quanto è presente nelle tue opere e quanto l’esplorazione della sfera umana incontra le tematiche precedenti, intrecciandosi con esse? E quindi, quanto ti interessa esplorare l’equilibrio tra l’uomo e la natura?  Ti interessa indagare il tempo come ciclo trasformativo, proprio dei processi biologici, o come dimensione interiore che unisce memoria e cambiamento, legata quindi all’esperienza umana?

 

FG

Sebbene la figura umana non sia mai rappresentata esplicitamente, la sua presenza nelle mie opere è centrale e, paradossalmente, è proprio la sua assenza a evocarne la presenza. Da questo punto di vista, la cosa a cui aspiro è la ricerca di un piano temporale ‘altro’, in cui, sebbene protagonista, l’uomo non è presente. Ciò che vorrei far emergere è l’impossibile equilibrio tra uomo e natura, quella tensione tra la volontà umana di comprensione e controllo e l’indifferenza di quest’ultima, che procede secondo cicli propri, rendendo questo equilibrio irraggiungibile. Indagare il tempo nelle mie opere significa muoversi su due livelli: da un lato, il tempo dell’universo come ciclo trasformativo, legato alla materia e ai processi naturali; dall’altro, il tempo dell’uomo, con una dimensione più intima e personale.

 

AF

L’opera 13.12 è stata scelta per essere protagonista di tutta la comunicazione visiva legata alla mostra e ha il compito di aprire e chiudere il percorso espositivo di Devenīre. Come mai questa scelta, che significato ha per te quest’opera e che significato ha avuto nella costruzione della mostra?

 

FG

L’opera 13.12 è probabilmente uno dei lavori più intimamente legati alla mia sfera personale ed emotiva e sono felice che faccia parte della mostra. La zolla di terra vangata suggerisce un rapporto di rispetto tra l’uomo e la natura, perché richiama quel gesto fisico e paziente che in epoca contadina avveniva sempre nei mesi invernali, da qui il titolo 13.12, Santa Lucia, il momento più buio dell’anno. Una zolla appena sollevata rappresenta inoltre il momento in cui ciò che è sotterraneo viene alla luce. Mi piace quindi molto che la mostra si apra e si chiuda con la sua visione. Come una sorta di punto cardinale a cui tutto, con un moto dinamico, fa ritorno.

 

AF

Rispetto ad altre sedi espositive che hanno recentemente ospitato tue mostre personali, dotate di una collezione permanente e una complessità storico-artistica con cui necessariamente bisogna confrontarsi, com’è stato per te lavorare in uno spazio come Habitat Ottantatré: meno ‘affollato’ fisicamente e concettualmente, meno carico di significati preesistenti? Hai trovato altrettanto stimolante l’idea di poter ‘riempire’ un ambiente più neutro con il tuo lavoro, potendo raccontare con più libertà la tua storia?

 

FG

Ogni luogo in ogni caso ha una sua storia e questa storia in un modo o nell’altro finisce sempre per entrare nella mostra, com’è giusto che sia. Personalmente non sono un grande amante del ‘White Box’, preferisco di gran lunga dei luoghi che abbiano una storia e che questa sia visibile. Da Habitat Ottantatré è stato molto eccitante confrontarsi con uno spazio molto pulito ma al tempo stesso carico di un vissuto ancora molto presente. L’architettura inoltre ha delle caratteristiche ben precise che rendono lo spazio molto dinamico e mosso. Mi è piaciuto moltissimo fin dal primo momento in cui l’ho visto e sono sinceramente soddisfatto dell’allestimento che abbiamo concepito.

 

AF

Nel nuovo format di mostre lanciato da Habitat Ottantatré si persegue l’obiettivo di alimentare un nuovo collezionismo accessibile. Per questa ragione, ti è stato chiesto e verrà chiesto ai prossimi artisti selezionati di ideare una serie numerata di opere da vendere durante e dopo l’esposizione. Come hai affrontato questa richiesta e quale approccio hai adottato nella creazione di questo tipo di opere?

 

FG

Trovo che sia molto interessante il tentativo di aprirsi a un nuovo tipo di collezionismo e perfettamente coerente con l’idea alla base di Habitat Ottantatré. Personalmente ho visto questa richiesta come una opportunità per creare una serie di opere che potessero dialogare in maniera forte con l’idea di mostra che avevamo in mente. Le sette opere grafiche realizzate (foglia oro e punta d’argento su carta artigianale antica), sebbene nate dalla stessa ‘matrice’, portano ognuna delle differenze, anche visive, che le rendono uniche. Condividono, inoltre, le stesse caratteristiche delle altre opere in mostra, non solo concettualmente ma anche ‘fisicamente’. Sono cioè realizzate con la caratteristica di cambiare nel tempo. Sempre in movimento, mai uguali a se stesse. E si torna così al punto di inizio, perfettamente esemplificato nel titolo della mostra.

 

Pubblicato in: Devenīre, Documenta #1 - a cura di Annalisa Ferraro - Lazy Dog Press srl, Milano 2024.

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