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Mariella Zoppi

Revolving Doors

 

Il dialogo fra un artista e la natura si manifesta attraverso l’opera come qualcosa di magico in quanto intercetta il mutare continuo del suo intorno, plasmando lo spazio sia con la sua proiezione esterna sia con la cattura del paesaggio, che diventa parte integrante dell’opera stessa.

In Toscana da tempo immemorabile si è manifestato questo legame fra arte, vita e cultura. La regione si è così andata identificando con la sua immagine restituita da pittori e fotografi, narrata da viaggiatori e poeti, che sembra focalizzarsi soprattutto con le sue colline, dove, soprattutto negli ultimi due secoli, si sono stabiliti artisti provenienti da tutto il mondo. Un fenomeno conosciuto, che ha trovato situazioni di eccezionalità ed eccellenza. 

Il caso di Casa Gregorini a Campogialli intercetta una storia diversa di una committenza particolare e privata, in cui la ricerca del bello passa attraverso l’individuazione di un artista e l’istallazione della sua creazione in un contesto familiare, dove la quotidianità dei gesti si mescola alle ombre lunghe degli alberi e alla sequenza dei piani che caratterizzano il Valdarno aretino e introducono al Pratomagno.

Non c’è, infatti, in questa zona l’andamento consueto della Toscana ondulata; qui ogni esplorazione è accompagnata dalla serie quasi parallela delle visuali disposte come a strati, definite da campi visivi ora ravvicinati e brevi (la vigna, l’oliveto) ora ampi e lunghi, magari frastagliati dalle balze, che sembrano chiudere la vista per aprirla, poi, all’improvviso verso gli orizzonti lontani che definiscono la valle.

In questo scenario, è maturata la vicenda di Revolving Doors, frutto di un rapporto fra un artista schivo e un committente riservato. Due personalità raffinate che non potevano non incontrarsi. Dunque: un luogo privato, protetto, quasi nascosto, filtrato dal verde della campagna dove è maturato l’incontro fra due individualità, Federico Gori e Massimo Gregorini.  Il risultato è magnifico.

Cinque grandi blocchi di marmo delle Apuane, piantati sulle direttrici delle mediane di un’ideale stella, ognuno dei quali si presenta con una faccia di pietra e una di specchio.  Una descrizione essenziale, come si può fare solo per le opere in cui sono molti gli elementi concorrenti e le riflessioni che suscitano, ma nella loro complessità compongono un insieme unico e unitario.  Caratterizzante è la scelta del materiale, il bardiglio, un marmo ruvido, segnato dagli strati di grigio che assumono i toni e le forme più diverse, rifiutato dalla statuaria classica, ma così presente nelle case della Versilia: il marmo degli uomini contrapposto al marmo degli Dei.  Solido pezzo di una montagna dura, che tuttavia si lascia tagliare per concedere gioia e bellezza, annullando così la sua asprezza nella ricchezza dei toni e delle colorazioni su cui comunque predomina un bianco frastagliato che non abbaglia, ma accompagna lo sguardo alla scoperta delle rughe delle superfici, rivelando piani che sembrano avere un andamento simile a quello del paesaggio del Valdarno: a strati, con impennate repentine e imprevedibili. I blocchi di marmo giocano con il loro spessore, mutevole, che si riflette nelle superfici specchiate in modo ortogonale a coppie e in modo obliquo a gruppi più numerosi. È la realizzazione dell’inganno: l’opera si fonde con il paesaggio e come il paesaggio si offre ai molti modi di essere “vista”, di essere osservata e compresa, di essere attraversata e interpretata, di offrire all’osservazione segni e significati sempre nuovi, perché la luce, il tempo, l’umore di chi osserva varia con una rapidità strabiliante che affascina, incuriosisce e rinnova emozioni e immagini.

Nulla appare casuale o semplicemente gestuale, ragione e sentimento - per usare un’espressione austeniana - sembrano trovare un loro dinamico equilibrio che permette alle forme di conservare la loro gravità e di ammantarsi della grazia leggera di un girotondo. Cinque presenze che sembrano danzare sul prato come il girotondo di Matisse, ma in una sorta di processo inverso: qui tutto è saldamente piantato a terra e si allunga per contendere il cielo ai cipressi disposti a corona, acquistando in altezza una progressiva levità, mentre in Matisse le figure sono quasi sospese e la gravità è affidata al l movimento dei corpi la cui solidità appartiene alla terra.

Dunque, ancora terra, natura e alberi: costanti nelle opere di Federico Gori in cui la naturalità diventa anima per forme e materiali, riscattandole dall’inerzia per restituire presenze potenti e gentili che oggi trovano il loro habitat a casa di Massimo, che con la sensibilità e il garbo che gli è consueto, offre ospitalità ad un artista coinvolgente e innovativo arricchendo in un lembo di Toscana che, dopo un grande passato, negli ultimi decenni del Novecento non sempre ha dato accoglienza a lavori di artisti del nostro tempo.

 

Pubblicato in: Federico Gori / Revolving Doors - Curated by Giacomo Bazzani, Mariella Zoppi, Massimo Gregorini - ed. Gli Ori Editori Contemporanei, Pistoia 2016.

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