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Lara Vinca Masini

Federico Gori

 

Non so se quello che esprime, nel suo lavoro, Federico Gori, come scrive nel suo bel saggio, Fabio Migliorati (2010) possa rappresentare una sua interpretazione del mondo dichiaratamente panpsichista o animista. E vero che esiste, in lui, una visione della natura di carattere, anche fortemente spirituale, che egli identitica nell’immagine del bosco, come espressione globale di tutto l'esistente, esempio-sintesi di tutto cio che è legato alla natura umana, animale, vegetale, in tutte le sue manitestazioni, ma anche a quella di tutto l'universo, della terra, del sole, delle stelle..., che si riconosce nel nascere, nel vivere, nel morire secondo percorsi diversi, tempi diversi, cause e condizioni diverse.

Ma è vero anche che Gori ha scelto, da sempre, l'immagine del bosco perché è questo lo strumento, lo specchio nel quale si riflette il suo sentire, il senso della sua vita stessa; è la sua memoria, l'immagine nella quale egli trasferisce il significato del suo esser nato, del suo vivere, forse, soprattutto del suo "fare arte”.

Ci sono dietro i suoi ricordi d'infanzia: ha visto, da sempre, il bosco crescere, morire, rinascere. Ma, come dice nell'intervista di Luisa Castellini (in "Expoarte" n. 63, 2010): " ... il mio non è un lavoro strettamente legato alla natura. Dipingo segni che diventano frammenti di alberi e boschi, da sempre, ormai, anche se ciclicamente tento di allontanarmi da quelle presenze. Sono gli alberi e i boschi che mi hanno visto crescere, e che osservo mutare con il passare delle stagioni, con la differenza che io invecchierò e morirò mentre loro continueranno a rimanere in piedi. È questo un pensiero che ritorna sempre mentre lavoro".

Forse è anche per questo suo lungo, quasi quotidiano sodalizio col bosco, con la sua presenza sempre uguale e sempre variata che si manifesta in forma di un continuo intreccio di "segni", che è maturata la sua passione per il segno, che egli usa in forme sempre variate e che ha permeato la sua vita e la sue ricerca. C'è in lui, dunque, prima di tutto, la necessità quasi fisiologica di dipingere "segni", quelli stessi che ritrova negli alberi e nel bosco.

Iniziava trasferendo le immagini fotografiche del bosco su lastre di plexiglas trasparente, che disponeva nello spazio della sala che le accoglieva, ricreando una sorta di nuovo bosco, cui conferiva colori luminosi diversi. combinati alla sua fitta, "segnica" grafia.

E passato, in seguito, a trasferire con un processo chimico la fotografia su tavolette di alluminio bianche sulle quali interviene con una sorta di scrittura complessa, cne talvolta forma come una rete che isola i suoi boschi, si inserisce nel folto intreccio del rami dei suoi alberi boschivi, in una sorta di simbiosi tra naturale e artificiale. Assembla poi le tavolette, tutte della stessa misura, in composizioni-installazioni, secondo una programmazione visiva che crea percorsi, vuoti di distacco e luoghi di continuità.

Ha chiaramente dichiarato il suo amore per gli artisti dell'Informale segnico (Twombly,

Vedova - ma anche Bacon e Burri e Hopper) e, fra gli antichi, Bosch, Pontormo, Rublev, Caravaggio...

Si tratta, grazie al cielo, di un artista a tutto tondo, che sa che cosa significa la parola "sacrificio" quando ricorda (Apocalisse 2007) i tre mesi "fantastici e terribili" del lavoro nel Giardino di Spoerri a Seggiano (2003); ed è davvero uno dei pochi giovani che non tende solo a "emergere" e che, quando gli si chiede quanto gli interessi che "la gente capisca quello che egli crea" risponde: "In arte non c'è niente da capire. E una contraddizione. Un'opera può essere accolta, e allora ci si entra dentro, oppure al contrario si respinge e non la si accetta. Queste sono le uniche scelte che uno spettatore può avere. Quel che succede dopo che un artista ritiene conclusa la sua opera lo deve riguardare poco o nulla". C'è solo, per lui, la sua "fede nell'atto creativo"; è una componente fortemente sentita che sembra voler coniugare nel suo lavoro, in un unicum profondo, ordine e disordine, sim-patia ed empatia.

 

Pubblicato in: 1910-2010. Un Secolo d’Arte a Pistoia - Curated by Lara Vinca Masini - ed. Gli Ori, Pistoia 2010.

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