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Niccolò Bonechi

Di fragilità e potenza

 

Non è mai cosa semplice scrivere di una singola opera perché il rischio di non essere esaustivi è ben più alto che analizzare il percorso di un artista, per quanto questa operazione comporti una ricognizione più approfondita di dati ed analogie. Oltretutto, è ancor più difficile aver la consapevolezza che l’opera, per il quale si è chiamati a lasciare una testimonianza, rappresenti la sintesi di un lungo cammino culminato nell’esposizione del cortile di Palazzo Strozzi a Firenze in primavera e nel definitivo collocamento all’interno dell’azienda pistoiese Vannucci Piante che ha investito in questo progetto sostenendolo dall’inizio alla fine.

Fortunatamente conosco bene gli sviluppi della ricerca di Federico Gori; un artista che stimo molto e nel quale credo fortemente per la capacità di riuscire a sintetizzare un pensiero in maniera sempre equilibrata, mai scontata, velatamente romantica e razionale. Virtù queste che si riflettono nella biografia dell’artista, che fin dagli arbori della sua carriera ha preferito selezionare con estremo acume le proposte espositive e collaborative. La risultante è una biografia piuttosto snella per un artista classe 1977, nella quale però si riscontrano importanti partecipazioni a progetti di risonanza internazionale. E certamente la circostanza che qui stiamo celebrando è una di esse, se si considera che siamo di fronte ad una delle aziende leader in Europa nel proprio settore ed a una delle istituzioni museali più importanti in Italia – quella di Palazzo Strozzi insieme al Centro di Cultura Contemporanea Strozzina – che, prima di Federico Gori con l’installazione Di fragilità e potenza, ha invitato ad intervenire nel cortile interno artisti internazionali come Loris Cecchini e Michelangelo Pistoletto.

Di fragilità e potenza è un’opera imponente, di forte impatto emozionale; modulare e dalla spiccata dinamicità. Federico Gori arriva alla genesi di questa dopo lunghi studi sulle potenzialità dei metalli di “assorbire” un’identità altra, ovvero di rendersi testimonianza di qualcosa che c’è stato e che rimane indelebile sulla superficie: così come accade per la pellicola fotografica, il rame viene “impressionato” dall’artista attraverso un procedimento chimico che permette di controllare l’ossidazione del metallo e quindi di manifestare una precisa capacità decisionale. Non è tanto il procedimento scientifico che permette all’opera di manifestarsi ad interessare l’artista, il quale si rifiuta di attribuire importanza al medium che utilizza per esprimersi cercando piuttosto di attivare una riflessione sul tema attraverso di esso; quanto la volontà di approfondire quei legami che si innescano tra il supporto – in questo caso, per l’appunto, sottili lastre di rame, in altri d’alluminio – ed il contenuto, perseguendo una sintesi totale, origine dell’armonia compositiva tanto ricercata da Gori.

Per quest’opera monumentale, così com’è accaduto per altre realizzate nell’ultimo biennio, Gori decide di utilizzare il rame abbandonando l’alluminio, un’operazione questa assolutamente lontana da intenti puramente ornamentali o cromatici. La svolta avviene in maniera spontanea dalla necessità di muovere in avanti, di approfondire il percorso iniziato con la serie di lavori presentati nel 2010 per la mostra Eternal Sunshine, quindi di spostare l’attenzione dall’universale al particolare. Se perciò le rappresentazioni su alluminio, realizzate attraverso l’intervento di smalti ed inchiostri sulla superficie, deliano visioni di boschi invernali, cariche di un sentimentalismo che sfiora la malinconia, interrotte in una serie misurate di tavolette allestite in modo da mantenere una visione unitaria; quelle su rame volgono lo sguardo in basso, verso quell’humus che allo stesso tempo è fonte di vita e residuo organico, riuscendo con l’opera Di fragilità e potenza a offrire allo spettatore un campionario di ciò che sta sotto i nostri i piedi, quasi tracciando quel percorso che accompagna la nostra esistenza verso l’indescrivibile. Lo stesso titolo che Gori attribuisce all’opera, sunto di un monologo estratto dal film Stalker del regista Andrej Tarkovsij, non è altro che la metafora della nostra presenza su questa terra, un cammino che deve condurre ad una coscienza di sé sempre profonda.

Nel caso di Palazzo Strozzi gli elementi metallici, per l’occasione allestiti alla base del quadriportico, venivano sormontati da una grande quercia da sughero con la quale si creava un dialogo fortemente intimo che viene scisso (materialmente, ma non idealmente) nella sua nuova e definitiva collocazione presso la Vannucci Piante, dove l’elemento propriamente naturale viene omesso e l’installazione allestita in senso verticale.

Attraverso questa operazione, contrariamente a quanto si possa pensare, l’opera acquisisce un rinnovato vigore manifestandosi all’osservatore per ciò che è realmente, allontanata da qualsiasi contesto che possa compromettere la sua integralità. Nell’allestimento fiorentino l’architettura spontanea della natura si incontra con la severità delle proporzioni rinascimentali della struttura che l’accoglie, creando così un dialogo senza tempo tra queste due entità apparentemente diverse ma necessariamente uguali nella loro perfezione. Tutto è bloccato in un momento che dura un’eternità, e il grande albero morto, che è parte dell’opera, è il simbolo eloquente della fugacità della nostra esistenza, passaggio inavvertito nell’indecifrabilità dello scorrere lento ed inesorabile del tempo.

Diversamente, in quest’ultima e permanente apparizione Di fragilità e potenza l’opera si mostra nella sua purezza, inondando la sala che la ospita di una malinconica energia che certo non lascia indifferenti. In questa circostanza Gori opta per un allestimento estremamente lineare: le 150 lastre di rame che compongono l’opera sono ordinate in sei file e venticinque colonne, in modo tale da formare un grande rettangolo che invade completamente la parete sulla quale è collocata. Tuttavia se ad un primo distante impatto si percepisce una composizione piatta, avvicinandosi viene svelata la peculiarità che caratterizza l’opera: i vari elementi metallici sono distribuiti su livelli diversi, spezzando così la monotonia geometrica e attribuendo all’installazione una forte connotazione dinamica. Ciò risulta maggiormente accentuato quando l’opera viene affrontata da un’angolazione laterale; angolazione che mette così in risalto la sua struttura volubile, voluta ed attentamente calibrata da Gori per permettere all’osservatore di concentrare lo sguardo non solo all’insieme ma anche alla singola “particella” che lo compone.

Il cerchio quindi si chiude ritornando al discorso sull’analisi dell’universale e del particolare affrontato precedentemente: una riflessione che si presenta costantemente nella ricerca di Gori, quasi a voler sottolineare la sua necessità di non fermarsi allo studio di un fenomeno in maniera sommaria, ma piuttosto con piglio metodico affrontando sempre la realtà con fare empirico; perché limitarsi alla superficie precluderebbe la possibilità di immergersi nella phsyché, e Gori non rinuncerebbe mai a questa meraviglia.

 

Pubblicato in: Di fragilità e potenza - AA.VV. - ed. Gli Ori Editori Contemporanei, Pistoia 2013.

Niccolò Bonechi

On Fragility and Power

 

It is not easy writing about a single work as the risk of not being exhaustive is greater than that of analyzing an artist's body of work which involves a more in-depth acquaintance with facts and analogies. Likewise, it is even more difficult to understand that this work, for which I have been asked to leave a record, is the synthesis of a long journey that culminated last spring with its exhibition in the courtyard of Florence’s Palazzo Strozzi.  This work has now been moved permanently to a home at of Vannucci Piante, the Pistoia firm that invested in supporting this project from the beginning to the end.

Fortunately, I am well acquainted with the artist achievements of Federico Gori, an artist that I hold in high regard.   I strongly believe in his ability to sum up a thought in ways that are always balanced, never predictable, subtly romantic, and rational. These virtues are clearly seen in the artist’s biography and indicate that, since he began, Federico Gori has preferred to carefully select each exhibition and partnership.  As a consequence, the rather succinct biography of this artist born in 1977 nonetheless includes an impressive list of important international projects and exhibitions.  Obviously what we are celebrating here is certainly one of these occasions, considering that we are before one of the leading European companies in this sector as well as in one of Italy’s most important museums, Palazzo Strozzi Previous to Federico Gori and the installation On Fragility and Power, such international artists, as Loris Cecchini and Michelangelo Pistoletto have been invited by Palazzo Strozzi, together with the Centro di Cultura Contemporanea Strozzina, to create works of art in its inner courtyard.

On Fragility and Power is an impressive work that provokes strong emotions.  This modular work displays a keen dynamism. Federico Gori created this work after carrying out extensive studies on the ability of metals to "take on" another identity – in other words, to create on its surface something that was and is indelible.   Like photographic film, the artist “exposes” the copper to a chemical process that allows the oxidation to be controlled, and thus reveals a specific decisive capacity.  It is not this scientific process, which permits the work to manifest itself, which interests the artist, who refuses to attach importance to the expressive medium being used in an attempt to serve as a means of reflection on the theme.  Rather it is a willingness to deepen those ties generated between the support – thin copper plates here, aluminum ones elsewhere – and the content, pursuing an overall synthesis, the source of the compositional harmony that Gori has sought.

For this grand work, Gori decided to use copper rather than the aluminium he had used in his installations for the previous two years, in a move completely away from the purely ornamental or chromatic This change came about naturally, from a need to move on, to explore the process that had begun with a series of works presented at the 2010 Eternal Sunshine exhibition.  Thus, the focus shifted from the universal to the specific. Therefore, if the representations on aluminum, carried out using glazes and inks on the surface, describe visions of woods in winter, laden with a sentimentality that borders on the melancholy, interrupted in a measured series of tablets prepared in order to maintain a unified vision, those on copper turn their gaze downward to the humus that simultaneously is a source of life and decomposed plants.  With On Fragility and Power, Gori has managed to offer the viewer a sampling of what lies beneath our feet, almost marking out the path that accompanies our existence towards the indescribable. The very title that Gori has given the work, a summary of monologue taken from the film Stalker directed by Andrei Tarkovsij, is nothing but a metaphor of our presence on this earth, a journey that leads to an ever profound consciousness of self.

For the Palazzo Strozzi exhibition, the metal elements, arranged horizontally on the floor of the four-sided portico, were crowned by a large cork oak, creating a highly intimate dialogue, have been separated (materially but not conceptually) in its new and definitive placement at Vannucci Piante, where the natural element has been omitted and the installation is now arranged vertically.

As a consequence, contrary to what one might have thought, the work has taken a renewed vigor, showing itself to the observer for what it truly is, removed from any context that might compromise its integrity. In the Florentine installation, this spontaneous creation from nature merged with the severe Renaissance proportions of the building that welcomed it, creating a timeless dialogue between these only seemingly different two entities that, in reality, are essentially identical in their very perfection. Everything suspended in an instant that would last forever.  The large dead tree that was part of the work was clearly a symbol of our fleeting existence, an unexpected journey in the incomprehensibility of the slow and inexorable passing of time. 

In contrast, in its new and permanent home, On Fragility and Power is shown in its purity, flooding the room where it is exhibited with a certain melancholic energy that certainly does not go unnoticed.  Here, Gori has opted for an extremely linear setting.  The 150 copper plates making up the work are arranged in six rows and twenty-five columns, in such a way as to form a large rectangle that completely invades the wall on which it is located.  However, if first perceived from a distance as a flat composition, the peculiarity that characterizes the work becomes apparent as one draws near to it. The various metallic elements are distributed on different levels, thus breaking the installation’s geometric monotony and giving it a strong dynamism, which is more pronounced when coming up to the work from a side angle, an approach that emphasizes the structure’s volatility, an intentional effect carefully calibrated by Gori to allow the viewer to look closely not only at the work as a whole entirety but also at each individual “element”.

The circle thus is closed with the discourse returning to an analysis of the universal and the specific discussed earlier.  It is a reflection that occurs constantly in Gori’s art, as if to emphasize his need to continue studying a phenomenon, not summarily, but rather methodically, always confronting an empirical reality, since limiting oneself to the surface precludes the possibility of being immersed in the phsyché, and Gori would never abandon this wonder.

Published in: Di fragilità e potenza - AA.VV. - ed. Gli Ori Editori Contemporanei, Pistoia 2013.

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