top of page

Eva Degl’Innocenti

L’Età dell’Oro tra Archeologia e Contemporaneo

 

Ci sono impronte che ci precedono o ci inseguono ovunque. 

Molte ci sfuggono, molte scompaiono, talvolta sotto i nostri occhi. […]

Molte continueranno a vivere dopo di noi.

 

Georges Didi-Huberman,

La somiglianza per contatto. Archeologia, anacronismo e modernità dell'impronta

 

L’opera site-specific L’Età dell’Oro (la muta) di Federico Gori, commissionata nel 2020 dal Museo Archeologico Nazionale di Taranto – MArTA e acquisita nelle sue collezioni permanenti grazie al sostegno del PAC – Piano per l’Arte Contemporanea 2020 del Ministero della Cultura, ha creato un dialogo profondo tra l’artista, il patrimonio archeologico e la creatività contemporanea, contribuendo alle stratificazioni di senso, significati e di memorie del museo. L’opera, che ha dato il titolo alla mostra personale di Gori al MArTA, è infatti un pensiero, una speranza, un rituale. All’interno della vetrina, su più livelli, sono racchiuse le 28 esuvie di diversi serpenti che simboleggiano la trasformazione nel tempo.

Pertanto, l'archeologia, Federico Gori e la sua arte si sono incontrati nelle loro ricerche sull’essere umano, sul suo modo di occupare lo spazio, sul suo rapporto con il tempo, con la materialità, con le sue credenze e i suoi interrogativi, e nelle problematiche epistemologiche[1], attraverso le opere dell’artista allestite lungo il percorso espositivo, dall’installazione sonora nel chiostro settecentesco, alle sale dalla Preistoria all’epoca romana.

L'opera site-specific e l’intero progetto L’età dell’oro sono il frutto del lungo percorso di studio realizzato dall'artista, in stretta collaborazione con i curatori della mostra, la direzione e gli archeologi del Museo di Taranto. L’opera non è soltanto ispirata ma costruita sulla collezione degli “Ori di Taranto”, posizionata in un luogo specifico del museo stesso, dopo una attenta ricerca del suo spazio e della sua architettura.

È evidente al visitatore che essa è parte integrante della collezione museale, non ne è distaccata, non si trova infatti in un luogo “neutro”. Gori ha concepito L’età dell’oro (la muta) progettando già a monte la sua trasformazione nel tempo (a causa della natura organica della materia prima delle esuvie), sempre in linea con la genesi poetica dell'opera, fortemente legata al concetto di tempo e memoria. Il visitatore è quindi ispirato ad una riflessione su cosa significhi conservare un reperto, su ciò che quel manufatto ha rappresentato per i suoi contemporanei e cosa è invece diventato per noi che lo osserviamo oggi, a distanza di millenni. L’opera possiede questa forte proprietà “trasformativa” dove tradizione e innovazione si sono unite: “tradizione vuol dire ereditare qualcosa e impadronirsene per trasformarlo in qualcos’altro”[2]. Come ha evidenziato Lorenzo Madaro, il progetto de L’Età dell’Oro ha permesso di investigare la collezione archeologica del MArTA attraverso lo sguardo di un artista contemporaneo. L’opera site-specific è una scultura che unisce il tempo e lo spazio, epoche storiche lontane connesse da ideali globali. Al centro di questo intimo itinerario di conoscenza vi è infatti il tempo che si declina con diverse temperature concettuali e visive, forme di comunicazione radicali nel loro essere volutamente essenziali[3].

L'artista, in accordo con la direzione del Museo che aveva richiesto che la mostra fosse totalmente accessibile a tutte le persone (conformemente al piano strategico del MArTA ad autonomia speciale e al progetto “MArTA 3.0”, entrambi a cura di Eva Degl’Innocenti), ha concepito il suo progetto in modo che, anche sul piano allestitivo, l’esperienza percettiva e sensoriale fosse il più possibile completa. La capacità di fruizione e di partecipazione del pubblico è stata ampliata grazie alla presenza - nel chiostro - dell’opera tattile e sonora Cerimònia, alla possibilità di toccare parti selezionate delle opere in mostra e all’audio guida in italiano e inglese che accompagnava i visitatori lungo il percorso, fornendo così una esauriente descrizione del significato sia tecnico che concettuale delle opere.

Il progetto artistico non si è concentrato soltanto sull'opera ma anche sul contesto e sulla ricerca archeologica attraverso il lavoro congiunto e interdisciplinare tra artista, curatori, direzione e archeologi del museo tarantino[4]. Hanno condiviso la ricerca sulla complessità della questione della memoria materiale del tempo e dell’interpretazione: importante per l’arte contemporanea, essenziale per gli archeologi, è rapportarsi con la necessità di costruire delle ipotesi di interpretazione.

Nelle zolle di terracotta (13.12) che simboleggiano la terra e l’umanità, nelle incisioni e ossidazioni naturali su rame degli Estinti realizzate a partire da pattern di fossili di piante estinte, nelle video-installazioni di Quando la neve cadrà, io non sarò mai stato qui della sala dedicata alla cultura funeraria ellenistica e di River, allestita nello spazio degli “Ori di Taranto”, nella serie de Le meditazioni di Marco Aurelio che dialoga con le sculture romane (tra cui la testa di Ottaviano Augusto capite velato proveniente dal “Foro dei mercanti” di Taranto), l’artista Gori e i reperti archeologici si uniscono nella comprensione del presente e dell’umanità con una riflessione comune sulle origini dell’essere umano, sulla società e sui fenomeni culturali che l’attraversano. Tra questi, ad esempio, il tema del paesaggio e dell’ambiente diventa uno degli elementi dialettici di incontro tra le collezioni del museo e l’universo artistico-creativo di Federico Gori. L’archeologia con i suoi paesaggi culturali, il paleoambiente, le stratigrafie, le colonizzazioni, raccontati dai reperti delle sale espositive, e le piante della serie Estinti, la serie Corteccia dei frottage su cortecce di alberi secolari e La somiglianza per contatto (che rimanda all’omonimo saggio di Georges Didi-Huberman)[5] formato da calchi di farina fossile di terra diatomacea, si interrogano insieme sulla nostra epoca sottomessa agli effetti del sovrasfruttamento delle risorse naturali, della globalizzazione e dell’eredità culturale.

Questo dialogo mette anche in luce il concetto di “decomposizione della scomparsa”, tanto caro a Daniel Spoerri, nel cui parco di sculture a Seggiano, sul Monte Amiata, Federico Gori - appena diplomato all’Accademia delle Belle Arti - aveva trascorso tre mesi in residenza artistica (ritenuto dall’artista toscano uno degli incontri più significativi per la sua formazione). Le sculture in oro, argento, bronzo, rame e ferro de L’Età dell’Oro (la muta), realizzate a partire dalle esuvie dei serpenti, sono simbolo di quella decomposizione della scomparsa che è al contempo mutazione, come in “Déjeuner sous l’herbe” di Spoerri, oggetto del “primo scavo archeologico di arte contemporanea”.

La scelta dei metalli riflette la successione delle età delineata ne Le opere e i giorni di Esiodo e si lega fortemente alla collezione degli “Ori di Taranto” della produzione orafa della Taranto ellenistica, da cui l’opera trae ispirazione diretta. Le pelli ricoperte in oro, argento, bronzo, rame e ferro sono, in parte, la traduzione materiale dei testi descrittivi de Le opere e i giorni del poeta greco.

Dopo il trauma subito in tutto il mondo a causa dell’emergenza pandemica del Covid-19, l’opera di Federico Gori ha invitato a riflettere sulla necessità di credere alla possibilità di stabilire un’armonia generale, una rinascita, finché, come auspicato da Virgilio, “tornerà l’età dell’oro”. L’esuvia, simbolo della mutazione nel mondo naturale, assurge a significato positivo più profondo della capacità rigeneratrice della natura e delle sue creature. Intangibile, questa onnipresenza del passato nel presente[6], di antiche temporalità nell’epoca attuale, si materializza nell’opera site-specific.

Per concludere, citando Salvatore Settis dalle sue Incursioni. Arte contemporanea e tradizioni, “ogni artista sa che l’arte contemporanea non sarebbe pensabile senza il secolare processo che ha creato lo spazio del discorso storico-artistico” perché “tra antico e contemporaneo non c’è netta frattura, ma una perpetua tensione”.

 

Pubblicato in: Federico Gori, The Golden Age – a cura di Eva Degl’Innocenti, Lorenzo Madaro - ed. Magonza, Arezzo 2024.

 

[1] P.-A. Le Nay 2013, De l’art de re-présenter l’archéologie, in Les nouvelles de l'archéologie, n° 134, pp. 30-33.

[2] S. Settis 2020, Incursioni. Arte contemporanea e tradizioni, p. 13.

A. Grafton, G. W. Most, S. Settis, (a cura di) 2010, The Classical Tradition, Harvard University Press, p. vii.

[3] Si rimanda al contributo di Lorenzo Madaro in questo volume.

[4] Fiorella Fiore, PhD Student - Department of European and Mediterranean Cultures: Architecture, Environment and Cultural Heritage (DiCEM) dell’Università di Matera, nella sua ricerca dottorale in corso, ha sottolineato che ciò che ha reso unica non soltanto l'opera “L’età dell’Oro” di Federico Gori, ma anche l’intero progetto della personale al MArTA, è in primo luogo la genesi dell'opera, frutto del lavoro congiunto realizzato con i curatori, la direzione, gli archeologi e lo staff del museo tarantino. Inoltre, l’opera site-specific non è soltanto ispirata ma costruita sulla collezione degli Ori di Taranto. 

[5] G. Didi-Huberman 2009, La somiglianza per contatto. Archeologia, anacronismo e modernità dell'impronta.

[6] Y. Tsiomis 2008, L’architecte, un historien intuitif, l’archéologue, un architecte d’anticipation du passé, in  J.-P. Demoule & B. Stiegler (dir.), L’avenir du passé. Modernité de l’archéologie, pp. 139-153.
 

Eva Degl’Innocenti

The Golden Age between Archeology and Contemporary Times

 

There are traces that precede us or follow us everywhere.

Many elude us, many disappear, sometimes right before our eyes.[...]

Many will continue to live after us.

Georges Didi-Huberman,

The Resemblance by Contact. Archaeology, Anachronism, and Modernity of the Trace

 

The site-specific work L’Età dell’Oro (la muta) di Federico Gori, commissioned in 2020 by the National Archaeological Museum of Taranto – MArTA and acquired for its permanent collections thanks to the support of the PAC – Contemporary Art Plan 2020 of the Ministry of Culture, has created a profound dialogue between the artist, the archaeological heritage, and contemporary creativity, contributing to the layering of meanings, significances, and memories of the museum. The work, which gave the title to Gori's solo exhibition at MArTA, is indeed a thought, a hope, a ritual. Within the display case, on multiple levels, are enclosed the 28 exuviae of various snakes symbolizing transformation over time.

Thus, archaeology, Federico Gori, and his art have met in their research on the human being, on how they occupy space, on their relationship with time, materiality, beliefs, and questions, and on epistemological issues[1], through the artist's works displayed along the exhibition route, from the sound installation in the 18th-century cloister to the rooms from Prehistory to the Roman era.

The site-specific work and the entire project L’Età dell’oro are the result of the long study carried out by the artist, in close collaboration with the exhibition curators, the management, and the archaeologists of the Museum of Taranto. The work is not only inspired by but built upon the collection of the “Ori di Taranto” (Gold of Taranto) positioned in a specific location within the museum itself after careful research of its space and architecture.

It is evident to the visitor that it is an integral part of the museum collection; it is not detached and is not located in a "neutral" place. Gori conceived L’età dell’oro (la muta) with the foresight of its transformation over time (due to the organic nature of the exuviae's raw material), always in line with the poetic genesis of the work, strongly tied to the concept of time and memory. The visitor is thus inspired to reflect on what it means to preserve an artifact, on what that artifact represented to its contemporaries, and what it has become for us who observe it today, millennia later. The work possesses this strong "transformative" property where tradition and innovation are united: "tradition means inheriting something and taking possession of it to transform it into something else"[2]. As Lorenzo Madaro highlighted, the "Golden Age" project allowed for the investigation of the MArTA's archaeological collection through the eyes of a contemporary artist. The site-specific work is a sculpture that unites time and space, connecting distant historical eras through global ideals. At the center of this intimate journey of knowledge is indeed time, which unfolds with different conceptual and visual temperatures, forms of communication that are radical in their deliberate simplicity[3].

The artist, in agreement with the museum's management, which had requested that the exhibition be fully accessible to everyone (in accordance with MArTA's strategic plan for special autonomy and the “MArTA 3.0” project, both curated by Eva Degl’Innocenti), conceived his project in such a way that, even on the installation level, the perceptual and sensory experience was as complete as possible. The audience's ability to engage and participate was enhanced by the presence of the tactile and sound work Cerimònia in the cloister, the possibility to touch selected parts of the works on display, and the audio guide in Italian and English that accompanied visitors along the route, thus providing a comprehensive description of both the technical and conceptual significance of the works.

The artistic project focused not only on the work itself but also on the context and archaeological research through the joint and interdisciplinary work between the artist, curators, management, and archaeologists of the Taranto museum[4]. They shared research on the complexity of the issue of material memory of time and interpretation: it is important for contemporary art and essential for archaeologists to engage with the necessity of constructing interpretative hypotheses.

In the terracotta clods (13.12) symbolizing earth and humanity, in the engravings and natural oxidations on copper in the Extinct series created from patterns of extinct plant fossils, in the video installations Quando la neve cadrà, io non sarò mai stato qui in the room dedicated to Hellenistic funerary culture, and River, set up in the space of the "Ori di Taranto", in the series Le meditazioni di Marco Aurelio which dialogues with the Roman sculptures (including the head of Octavian Augustus with veiled head from the "Forum of the Merchants" of Taranto), the artist Gori and the archaeological artifacts come together in understanding the present and humanity with a common reflection on the origins of human beings, society, and the cultural phenomena that traverse it. Among these, for example, the theme of landscape and environment becomes one of the dialectical elements of encounter between the museum's collections and Federico Gori's artistic-creative universe. Archaeology, with its cultural landscapes, paleoenvironment, stratigraphies, colonizations, as narrated by the artifacts in the exhibition halls, and the plants in the Estinti series, the Corteccia series of frottages on the bark of centuries-old trees, and La somiglianza per contatto (The Resemblance by Contact) (which refers to Georges Didi-Huberman's essay of the same name)[5] made up of casts of fossil flour from diatomaceous earth, together question our era, subjected to the effects of overexploitation of natural resources, globalization, and cultural heritage.

This dialogue also highlights the concept of "decomposition of disappearance," so dear to Daniel Spoerri. Federico Gori spent three months in an artist residency at Spoerri's sculpture park in Seggiano, on Monte Amiata, right after graduating from the Academy of Fine Arts. Gori considered this one of the most significant encounters in his training. The gold, silver, bronze, copper, and iron sculptures in L’Età dell’oro (la muta),created from snake exuviae, symbolize that decomposition of disappearance, which is at the same time mutation, as in Spoerri's "Déjeuner sous l’herbe," the subject of the "first archaeological excavation of contemporary art."

The choice of metals reflects the succession of ages outlined in Hesiod's Works and Days and is strongly linked to the collection of the "Ori di Taranto" from the Hellenistic goldsmith production of Taranto, from which the work draws direct inspiration. The skins covered in gold, silver, bronze, copper, and iron are, in part, the material translation of the descriptive texts of the Greek poet's Works and Days.

After the trauma experienced worldwide due to the Covid-19 pandemic emergency, Federico Gori's work has invited reflection on the necessity of believing in the possibility of establishing a general harmony, a rebirth, until, as Virgil hoped, “the golden age returns”. The exuvia, symbolizing mutation in the natural world, takes on a deeper positive meaning of the regenerative capacity of nature and its creatures. This intangible, omnipresence of the past in the present[6], of ancient temporalities in the current era, materializes in the site-specific work.

To conclude, quoting Salvatore Settis from his "Incursions. Contemporary Art and Traditions," "every artist knows that contemporary art would be unthinkable without the centuries-old process that created the space for historical-artistic discourse" because "there is no clear break between the ancient and the contemporary, but a perpetual tension."

 

Published in: Federico Gori, The Golden Age - Curated by Eva Degl’Innocenti, Lorenzo Madaro - ed. Magonza, Arezzo 2024.

 

[1] P.-A. Le Nay 2013, De l’art de re-présenter l’archéologie, in Les nouvelles de l'archéologie, n° 134, pp. 30-33.

[2] S. Settis 2020, Incursioni. Arte contemporanea e tradizioni, p. 13.

A. Grafton, G. W. Most, S. Settis, (a cura di) 2010, The Classical Tradition, Harvard University Press, p. vii.

[3] Refer to Lorenzo Madaro's contribution in this volume.

[4] Fiorella Fiore, PhD Student - Department of European and Mediterranean Cultures: Architecture, Environment and Cultural Heritage (DiCEM) at the University of Matera, in her ongoing doctoral research, has highlighted that what makes not only Federico Gori's work 'The Golden Age' unique, but also the entire solo exhibition project at MArTA, is primarily the genesis of the work, the result of the joint effort carried out with the curators, the management, the archaeologists, and the staff of the Taranto museum. Furthermore, the site-specific work is not only inspired by but built upon the collection of the Gold of Taranto.

[5] G. Didi-Huberman 2009, La somiglianza per contatto. Archeologia, anacronismo e modernità dell'impronta.

[6] Y. Tsiomis 2008, L’architecte, un historien intuitif, l’archéologue, un architecte d’anticipation du passé, in  J.-P. Demoule & B. Stiegler (dir.), L’avenir du passé. Modernité de l’archéologie, pp. 139-153.

© FEDERICO GORI 2025. All rights reserved.
bottom of page