Marco Pierini
Federico Gori al MArTA di Taranto
L’occasione nella quale è stato concepito questo volume è la mostra che Federico Gori ha allestito al MArTA di Taranto, museo che partecipando al bando ‘Piano per l’Arte Contemporanea’ promosso dal Ministero della Cultura ha commissionato e acquisito l’opera L’età dell’oro. Non tragga in inganno, però, tale circostanza. Non siamo infatti al cospetto di uno degli ennesimi, roboanti quanto superficiali, ‘dialoghi’ tra antico e contemporaneo, perlopiù instaurati sulla base di tenui riverberi formali, di suggestioni alimentate grazie alla brutale rimozione del contesto e della storia. Al contrario è stata la consapevolezza, il rispetto, lo studio a consentire a Federico Gori di accettare la sfida di una presenza del proprio lavoro all’interno di un eminente itinerario archeologico come quello del museo tarantino. Consapevolezza, in primo luogo, dell’inconsistenza di ogni tentativo di riconoscere le forme del passato come prolettiche di quelle del presente e in seconda battuta del fatto che la contemporaneità di ogni oggetto proveniente da un tempo remoto non è connaturata in ipsa re ma risiede nella nostra capacità di far entrare – qui e ora – le testimonianze del passato nelle dinamiche della vita, di ricavare dalle tracce di ciò che siamo stati, le energie e il nutrimento per costruire quello che vogliamo e possiamo divenire. In questo consiste la contemporaneità dell’opera d’arte, nonché la ragione per cui un’operazione come quella esperita da Federico Gori acquista senso, sia come momento espositivo, sia come inserimento permanente all’interno della collezione.
Due aspetti meritano di essere tenuti preliminarmente in considerazione per comprendere gli esiti felici di tale intervento: da una parte il modo scelto da Gori per presentare L’età dell’oro (la muta), dall’altra la dominante forte della poetica dell’artista, ovverosia il sentimento del tempo. Gli elementi che costituiscono l’opera sono collocati all’interno di un’alta vetrina che condivide in tutto e per tutto materiali, design e colore di quelle dislocate lungo il percorso di visita. La distanza cronologica, stilistica, antropologica fra i manufatti artistici di Gori e quelli della raccolta museale viene dunque attenuata dall’adozione di una comune struttura espositiva che rende la compresenza meno impattante e più ricca di sfumature interpretative, anche perché la si avverte gradualmente, si rivela ai nostri occhi senza ammiccamenti e pose provocatorie. Sui ripiani in vetro sono disposte le ventotto sculture, realizzate in oro, argento, bronzo, rame, ferro, secondo la sequenza delle cinque stirpi dell’uomo narrate ne Le opere e i giorni da Esiodo; traggono origine dalle esuvie di altrettanti serpenti, emblemi del mutamento, della trasformazione, dell’ineluttabilità del ciclo vitale orchestrato dalla natura. Torna qui prepotentemente ad affermarsi il tema sul quale il lavoro di Federico Gori inevitabilmente si conforma: il tempo, inteso tanto nella sua concezione lineare e progressiva secondo quanto per convenzione stabilito dall’uomo, quanto nella forma circolare propria della scansione delle stagioni e dei ritmi della natura. Concezione del tempo che, azzardando forse un poco oltre le intenzioni dell’autore, sembra di riconoscere nelle parole di Ranuccio Bianchi Bandinelli con le quali formula l’auspicio di stabilire un “rapporto positivo con l’archeologia e la nostra cultura attuale. Che se un rapporto non dovesse esserci – chiosa, a sua volta forzando la mano – dovremmo concludere per l’abbandono di questo genere di studi”.
Pubblicato in: Federico Gori, The Golden Age – a cura di Eva Degl’Innocenti, Lorenzo Madaro - ed. Magonza, Arezzo 2024.
Marco Pierini
Federico Gori at MArTA, Taranto
This volume was conceived following the exhibition by Federico Gori at the MArTA in Taranto, a museum that, by participating in the ‘Contemporary Art Plan’ promoted by the Ministry of Culture
commissioned and acquired the work L’età dell’oro (la muta). Do not be misled by this circumstance, however. We are not, in fact, faced with yet another of the many loud but superficial 'dialogues' between the ancient and the contemporary, mostly established on the basis of tenuous formal reverberations, of suggestions fueled by the brutal removal of context and history. On the contrary, it was awareness, respect, and study that enabled Federico Gori to accept the challenge of placing his work within an eminent archaeological itinerary such as that of the Taranto museum. Awareness, firstly, of the inconsistency of any attempt to recognize the forms of the past as proleptic of those of the present, and secondly, of the fact that the contemporaneity of any object from a distant time is not inherent in the object itself, but resides in our ability to bring—here and now—the testimonies of the past into the dynamics of life, to extract from the traces of what we have been the energy and nourishment to build what we want and can become. This is the essence of the contemporaneity of a work of art, as well as the reason why an operation such as that undertaken by Federico Gori makes sense, both as an exhibition moment and as a permanent inclusion within the collection.
Two aspects deserve to be considered preliminarily to understand the successful outcomes of this intervention: on one hand, the way Gori chose to present L’età dell’oro (la muta), and on the other, the strong dominant theme of the artist's poetics, namely the sense of time. The elements that make up the work are placed inside a tall display case that shares entirely the materials, design, and color of those located along the visitor's path. The chronological, stylistic, and anthropological distance between Gori's artistic artifacts and those in the museum collection is thus mitigated by the adoption of a common exhibition structure that makes their coexistence less impactful and richer in interpretive nuances, also because it is perceived gradually, revealing itself to our eyes without winks and provocative poses. On the glass shelves are arranged the twenty-eight sculptures, made of gold, silver, bronze, copper, and iron, following the sequence of the five races of man narrated in Hesiod's Works and Days. They originate from the exuviae of an equal number of snakes, emblems of change, transformation, and the inevitability of the life cycle orchestrated by nature. Here, the theme that inevitably shapes Federico Gori's work powerfully reasserts itself: time, understood both in its linear and progressive conception as conventionally established by man, and in the circular form typical of the succession of seasons and the rhythms of nature. The conception of time, perhaps venturing a bit beyond the author's intentions, seems to be recognized in the words of Ranuccio Bianchi Bandinelli, in which he expresses the hope of establishing a 'positive relationship with archaeology and our current culture. If such a relationship did not exist,' he remarks, somewhat forcefully, 'we would have to conclude that this kind of study should be abandoned.'
Published in: Federico Gori, The Golden Age - Curated by Eva Degl’Innocenti, Lorenzo Madaro - ed. Magonza, Arezzo 2024.