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Annalisa Ferraro

Devenīre: la mostra

 

Più di duecento metri quadrati di spazio espositivo per presentare la ricerca che Federico Gori dedica alla permanenza e all’impermanenza della natura, indagata nella sua resilienza, nella ritualità e nell’inderogabilità delle sue trasformazioni. La selezione di opere in mostra riassume e racconta gli ultimi dieci anni della produzione dell’artista toscano: l’eterogeneità dei materiali, dei linguaggi e delle tecniche artistiche al servizio di un’esplorazione profonda del mondo vegetale e animale, condotta non come documentarista, ma come interprete capace di catturare i processi vitali silenti della natura, sia del passato che del presente, portandoli in un unico, indefinito tempo d’oggi. La narrazione di Gori, infatti, sfugge al tempo lineare e colloca l’intero percorso espositivo in uno spazio cronologico fluido, ciclico e privo di interruzioni permanenti. A rafforzare questo slittamento le scelte dei materiali e delle tecniche di lavorazione: primo tra tutti il rame, estremamente rappresentativo della sua ricerca e della sua produzione, che, con il suo inarrestabile processo di ossidazione, tiene sospese le opere e i loro soggetti in un perenne presente. L’evidenza di una materia viva che muta, reagendo allo scorrere del tempo e agli stimoli dell’ambiente circostante, incarna perfettamente il ciclo di vita e le evoluzioni del mondo naturale che ispirano il suo lavoro. Gori trova interesse e spunti non solo negli esseri viventi dell’epoca attuale, ma anche nelle ere che ci hanno preceduto e nelle specie che le popolavano. In Estinti, installata nella prima sala di Casa Contemporanea, la continua e lenta metamorfosi dei materiali gli consente di superare le barriere temporali e di riportare alla vita organismi ormai scomparsi, rendendoli nuovamente vivi e reattivi agli eventi che li circondano.

Non è però solo nel rame che Gori trova l’ispirazione per sperimentare: in mostra La somiglianza per contatto, in cui l’artista utilizza la terra di diatomee, un materiale organico di origine sedimentaria, che raccoglie in sé fossili di milioni di anni fa. I calchi, realizzati a partire da rami e tronchi d’albero, distribuiti nell’ambiente espositivo restituiscono la presenza, l’immagine, la spazialità e la suggestione di una foresta primordiale, evocando l’attivazione di un nuovo ciclo vitale e suggerendo un processo di metamorfosi in cui forma e sostanza cambiano per diventare qualcosa di nuovo, simile a ciò che c’era prima ma rinnovato nelle possibilità di esistenza.

Se è vero che spesso Gori cerca nelle fonti scientifiche materiale da cui trarre ispirazione, è altrettanto vero che il suo processo creativo conduce a un progressivo distacco tra le opere e ciò che in origine le ha generate, arrivando a una completa reinterpretazione in termini tecnici e concettuali. I suoi lavori sono sospesi tra la fedeltà ai fenomeni naturali e l’illusione di realtà generata dalla produzione artistica. Pur mantenendo un legame con il contesto d’origine, l’artista ricolloca ciascuna opera in uno spazio fisico e temporale differente, infondendole nuovi significati e rendendola portatrice di valori inediti.

Non solo il visibile, Gori esplora anche ciò che spesso invece resta impercettibile e che scorre silenziosamente sotto lo strato superficiale delle cose. In Underground l’artista svela la natura che imperturbabile vive e si trasforma sotto di noi, come una foresta a testa in giù che, speculare rispetto al nostro affannarci, alimenta un mondo che, seppur fragile, si evolve e resiste.

C’è l’uomo al di sopra di questa dimensione, come c’è l’uomo, volutamente impercettibile, in ogni opera di Gori: c’è nelle tracce che incessantemente cerca e raccoglie nella natura; c’è nel suo tentativo di comprendere i cicli vitali delle specie che abitano il suo stesso pianeta; c’è nei suoi tentativi di abbracciare ciò che lo circonda, portando con sé i segni di quel gesto. Appare come un rituale il suo rapportarsi al mondo naturale, osservarlo, studiarlo, assistere al suo incessante divenire.

13.12 è la perfetta sintesi di questa paziente attesa: i cicli della natura che si impongono tra una vangata e l’altra, il tempo che separa un rituale da quello successivo, la speranza che la terra dia in cambio i suoi frutti. Ogni ora, settimana e stagione trascorsa ristabilisce l’equilibrio tra l’essere umano e l’ecosistema che lo ospita, rimettendo a fuoco la fragilità e la caducità del primo di fronte alla resilienza e all’eternità del secondo. 13.12 segna l’inizio e la fine di Devenīre, l’opera maestra che guida il progetto espositivo: fragile ma ben piantata sulle sue radici, ogni zolla racconta la lentezza e la ripetitività di una pratica antica, in cui l’uomo, dopo aver assistito all’eterno rituale della natura, abbandona l’eterna lotta e aspetta che arrivi il tempo del raccolto.

 

Pubblicato in: Devenīre, Documenta #1 - a cura di Annalisa Ferraro - Lazy Dog Press srl, Milano 2024.

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